Come la tua Mente può guarire la malattia. Ecco la connessione psicosomatica che innesca i disturbi

Dr. Luigi Mastronardi, “La Mente che Guarisce”




“Vorrei che tu capissi fin d’ora che la malattia non si instaura casualmente, bensì va vista come un meccanismo di difesa, cioè un tentativo del corpo di superare le condizioni che non sente adatte, in modo che possa difendersi, per poi vivere meglio e in buona salute.
Studi recenti hanno mostrato, infatti, che tutte le malattie gravi, come anche i tumori, si sviluppano in seguito a eventi negativi, vissuti nella disperazione e nell’isolamento senza la possibilità, o meglio, la volontà di potersi sfogare con gli altri.

Nel suo libro Tu puoi combattere per la tua vita: fattori emozionali nelle cause del cancro, il dottor Lawrence LeShan, psicologo
sperimentale per formazione e illustre teorico della storia della vita psicologica dei malati di cancro, a tale proposito ha individuato quattro componenti tipiche nelle storie di vita dei suoi pazienti affetti da cancro:
difficoltà nei rapporti interpersonali
rapporto intenso con una persona nella prima età adulta
disperazione come reazione alla rottura di questo rapporto
repressione di tali sentimenti

Questi studi confermano, quindi, che la malattia deve necessariamente essere affrontata da un’altra ottica; e allora credimi, il tuo stato, seppure brutto, lungo e sofferto, può esserti utile nel suggerirti la tua possibile guarigione. Sempre che tu lo voglia.
Ma certo che lo vuoi.
Come e perché nasce la malattia

«Avrai queste informazioni in tempo reale», «Mandami un messaggio SMS», «Acquistalo direttamente con il tuo computer».
No, non sono frasi sconnesse ma messaggi da cui siamo quotidianamente rincorsi: insistenti campagne pubblicitarie, espressioni del nostro nevrotico modo di vivere che ci obbligano a una sempre più forte accelerazione dei ritmi di tutti i giorni. La nostra civiltà attuale è ormai, come sai, all’insegna di una convulsa corsa contro il tempo. Le potenzialità incredibili della rete delle reti, Internet, e dei suoi succedanei, dalla posta elettronica all’e-commerce, hanno ormai introdotto una nuova concezione del tempo, in cui la velocità comanda su tutto. Dobbiamo ogni giorno per forza adattarci a tale stile di vita, ma tutto ciò richiede un sovraccarico di energie che provoca un progressivo aumento delle cause di stress, con una serie di conseguenti patologie.
Mi piace citare a questo proposito il bell’articolo di Rossella De Nicolò, L’emozionante scelta del destino:

Per alcuni scienziati la malattia non è una colpa, ma una responsabilità che si accetta imparando a rispondere con sensibilità.
Questa è la tesi di Rüdiger Dahlke, considerato in Germania, dopo il grande successo del suo libro Malattia e destino
con oltre quattro milioni di copie vendute, una star della psicosomatica. In vent’anni la medicina è stata percorsa da una vera e propria
rivoluzione e un numero sempre maggiore di scienziati riconosce che siamo nel pieno di un grande cambiamento culturale.
Un cambiamento che sta già modificando il modo di affrontare la salute e la malattia.
Fisici come David Bohm e neuroscienziati come Karl Pribram sostengono che l’universo e la mente non sono altro che ologrammi:
ogni singola particella contiene il tutto. Nella genetica e nell’ingegneria molecolare si dimostra che in ogni cellula è contenuto tutto.
Questo concetto è già assimilato nella medicina alternativa, secondo la quale, per esempio, sulla pianta del piede si trova una
fitta rete di punti che hanno una precisa corrispondenza con tutto il corpo umano. E la medesima reazione, secondo l’agopuntura,
accade per l’orecchio. Anche in psicoterapia si dice che nella nascita è contenuta la vita futura.

L’idea che ogni parte contenga il tutto non è solo della fisica contemporanea. È un concetto che troviamo nella letteratura, nella psicologia e lo stesso linguaggio corrente lo esprime. Parliamo di amore a prima vista: con un unico sguardo si vede il tutto. È come osservare lo scaffale dei libri di una persona: lì dentro è contenuta la visione del mondo di questa persona. L’esperienza e la vita ce lo dicono in continuazione.
La medicina ufficiale invece resiste alle nuove acquisizioni della scienza: è conservatrice.

E prima di acquisire nuove scoperte, nuove procedure, ci impiega anni, se non secoli. Gli esempi sono infiniti e oggi alcuni passaggi della storia della medicina ci sembrano inverosimili. Nella seconda metà dell’800 il ginecologo austriaco Ignaz Semmelweis scoprì, per esempio, che le donne morivano di febbri puerperali per colpa dei medici che non si lavavano le mani. Il dottore venne deriso, perseguitato, messo al bando. L’idea che fosse importante lavarsi le mani tra una visita e l’altra, che fosse necessario sterilizzare gli strumenti è stata infine accettata, ma venti o trent’anni dopo la sua morte.

Tutte le grandi scoperte, le idee originali, all’inizio, non sono state accettate: il catetere, l’insulina, gli antibiotici. La medicina è restia a mutare i vecchi paradigmi, anche di fronte all’evidenza. Anche il suo modo di procedere nella ricerca si può dire che non sia scientificamente orientato. Centinaia di esempi dimostrano che i malati di epatite guariscono in un certo modo. Se uno non risponde alla cura, non ci si chiede il perché: semplicemente viene messo da parte. Questo vale anche per il cancro: se i medici prevedono che un paziente abbia ancora un anno di vita e lui invece vive altri dodici anni, questo non ha importanza. Conosciamo molti di questi pazienti, ma l’Accademia non è interessata alla loro vicenda. Se la medicina fosse davvero regolata da un atteggiamento scientifico, dovrebbe nutrire un grande interesse per queste eccezioni. Dovrebbe nutrirsi di interrogativi del tipo: perché questo paziente non si è ancora ammalato di Aids, dopo vent’anni di sieropositività?
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La medicina è una macchina molto lenta nel muoversi. Ma riconosciamo anche il fatto che, grazie agli studi di psicosomatica, molte cose sono mutate e che un numero sempre maggiore di medici è interessato a questa nuova visione. Prendiamo, per esempio, il principio di causa-effetto. La differenza principale tra Freud e Jung sta proprio qui. Per Freud il principio di causa-effetto non doveva venir mai messo in
discussione, mentre Jung credeva nella sincronicità, cioè nel fatto che la nostra vita è regolata anche da coincidenze talmente insolite e apparentemente illogiche da non poter essere attribuite solo al caso. Oggi si riconosce che Jung era molto più vicino alla realtà di quanto non fosse Freud. Si può dire che la psicosomatica cerca le analogie, più che le cause.
Le tossine accumulate nel corpo, per esempio, corrispondono a conflitti repressi nella psiche.

Questo non dice che i conflitti producono tossine o che le tossine creano conflitti: sono soltanto, su piani diversi, manifestazioni analoghe. Questo parallelismo tra corpo e mente lo troviamo in continuazione e il linguaggio stesso lo contiene. Diciamo per esempio: «Ho preso un raffreddore». Il raffreddore è qualcosa che «faccio». Ed è proprio così che succede. Non possiamo spiegare il raffreddore parlando solo delle sue cause virali, perché in realtà mi prendo il raffreddore solo se sono in una condizione psicologica di chiusura. Se sono felice, aperto alla vita, alle responsabilità, allora il raffreddore rimane fuori. Basta osservare le persone quando sono innamorate. Stanno fuori, fa freddissimo, ma loro bruciano e non si ammalano. Se ami sciare e ti diverti, puoi anche stare a venti gradi sotto zero senza ammalarti. È facile notarlo, ma la medicina ufficiale non ne tiene conto e pensa che contro l’influenza siano utili i vaccini.
È necessario quindi osservare e ascoltare i sintomi. E non solo osservarli, ma capirli.

Prendiamo un’infezione polmonare. Prima cosa: il problema riguarda il luogo di uno scambio, dal momento che il polmone butta fuori anidride carbonica e assorbe ossigeno. Questo ci dice subito che il problema è a livello del contatto, anche se il sintomo si chiama infiammazione polmonare. Ma anche il sintomo ci dice molte cose, dal momento che l’infiammazione è una lotta tra il sistema immunitario e gli agenti patogeni. È un conflitto, una guerra. Le due cose, insieme, parlano di un contrasto che riguarda il contatto, la comunicazione. Può essere un problema di dialogo con me stesso, ma principalmente è un problema di comunicazione con l’esterno. I batteri e i virus non bastano, da soli, a creare la patologia. Sono più o meno pericolosi, ma hanno una possibilità di agire solo quando un uomo ha un determinato problema. In un reparto di terapia intensiva ci sono pochissimi batteri e virus, tutto è sterile. Ma ci sono molti conflitti di comunicazione
e dunque molte infezioni polmonari.

È importante rivolgere delle domande al paziente. Come mai si è ammalato proprio in questo momento della sua vita? E la malattia cosa gli impedisce di fare? Dove lo costringe ad andare? Le risposte a queste domande permettono di mettere a fuoco il quadro generale, anche se poi è evidente che ogni infezione polmonare ha una storia individuale.
Il lavoro interpretativo consiste nel collegare questo quadro globale con la storia individuale del paziente, dal momento che non ci sono due problemi di comunicazione uguali, e quindi due polmoniti identiche. Nello stesso corso della vita, la stessa malattia può avere significati diversi, a seconda della fase che stiamo attraversando.

Ma parliamo della depressione. È sempre importante chiedersi il significato delle cose. Cosa fa una persona depressa? Non ha impulsi, gioia di vivere. Tutto ciò di cui si occupa sono i suoi pensieri, ossessivi. Magari pensa al suicidio. Cerco di cogliere l’essenza. In questo caso il punto nodale è che il depresso è invaso da pensieri di morte e, allo stesso tempo, aggredisce se stesso, ha l’impulso di uccidersi. È necessario quindi che la persona che soffre di depressione si confronti con la morte, ma in un modo positivo, a un livello filosofico, religioso. Nelle culture dove è naturale confrontarsi con la morte, come in Tibet, non esiste depressione. E non esisteva neppure nelle arcaiche società patriarcali. Dunque una malattia si può esprimere attraverso il corpo o attraverso la psiche. Ma la malattia è sempre interpretabile.”

Tratto dal libro “La Mente che Guarisce” di Luigi Mastronardi, Edizioni Età dell’Acquario

Luigi Mastronardi. Psicologo-Psicoterapeuta (indirizzo psicodinamico) da oltre 25 anni., Vice-Presidente della Società Italiana di Medicina del Benessere, docente nel Corso di Perfezionamento in Psicoimmunologia, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università “La Sapienza”, Roma, direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Dinamica Breve, autorizzata dal MIUR. Relatore di conferenze sull’Autoguarigione (negli anni, migliaia di partecipanti).

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